La carta che ci disturba

Pubblicato il 7 ottobre 2026 alle ore 05:34

La carta che ci disturba è quella che abbiamo bisogno di guardare?

Quando osserviamo un mazzo di Tarocchi, non tutte le carte producono in noi la stessa reazione. Alcune ci affascinano immediatamente. Altre ci trasmettono serenità, forza o speranza. Poi ci sono quelle che, senza sapere bene perché, ci disturbano.

Può essere il Diavolo. Può essere la Torre, la Morte, il Dieci di Spade o il Tre di Spade. Ma potrebbe anche essere una carta apparentemente molto più tranquilla. Qualcuno potrebbe sentirsi inquieto davanti all'Eremita, qualcun altro davanti agli Amanti, qualcun altro ancora davanti all'Imperatore.

Ed è proprio qui che può iniziare un interessante lavoro su noi stessi.

Perché una carta ci disturba?

La prima domanda da porci non dovrebbe essere: «Questa carta porta qualcosa di negativo?»

La domanda potrebbe essere invece:

«Perché questa immagine provoca qualcosa dentro di me?»

Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale.

Se utilizziamo i Tarocchi come strumento di introspezione, infatti, non abbiamo necessariamente bisogno di considerarli come carte che ci comunicano ciò che accadrà nel futuro. Possiamo utilizzarli come specchi simbolici.

Un'immagine può risvegliare ricordi, associazioni, paure, desideri, conflitti e aspetti della nostra personalità che normalmente preferiamo non osservare.

Ed è proprio la carta che vorremmo mettere da parte che, qualche volta, merita maggiore attenzione.

Il nostro lato Ombra

Carl Gustav Jung utilizzò il concetto di Ombra per indicare, semplificando molto, quegli aspetti della personalità che l'individuo non riconosce facilmente come propri o che tende a rifiutare e reprimere.

Tutti possediamo un'Ombra.

Non significa necessariamente avere dentro di noi qualcosa di malvagio. Nell'Ombra possono finire rabbia, paura, gelosia e aggressività, ma anche desideri, capacità e potenzialità che non abbiamo avuto il coraggio di esprimere.

Per questo alcune immagini dei Tarocchi possono diventare particolarmente interessanti.

Pensiamo al Diavolo.

Perché ci disturba?

Perché siamo stati educati ad averne paura? Perché ci ricorda una dipendenza? Perché rappresenta un desiderio che giudichiamo moralmente? Perché ci mette davanti alla nostra sessualità? Oppure perché ci ricorda tutte quelle catene che diciamo di voler spezzare ma dalle quali, in fondo, non vogliamo veramente liberarci?

Non esiste necessariamente una risposta universale.

La risposta interessante è quella personale.

La Torre: cosa abbiamo paura di perdere?

Prendiamo un'altra carta spesso temuta: la Torre.

Quando appare, potremmo provare immediatamente disagio perché la sua immagine parla di crollo, instabilità e distruzione.

Ma proviamo a non domandare: «Quale disgrazia sta per succedere?».

Domandiamoci piuttosto:

Che cosa nella mia vita temo possa crollare?

E ancora:

Esiste qualcosa che dovrebbe crollare affinché io possa essere più libero?

Potrebbe essere una convinzione.

Un'abitudine.

Un'immagine falsa che abbiamo costruito di noi stessi.

Una situazione alla quale continuiamo ad aggrapparci.

La Torre, osservata in questo modo, smette di essere una sentenza e diventa una domanda.

Anche una carta positiva può disturbarci

Questo è forse l'aspetto più interessante.

Non sono soltanto le cosiddette carte "negative" a poterci mettere a disagio.

Immaginiamo una persona che estrae continuamente gli Amanti e sente fastidio.

Perché?

Forse perché deve compiere una scelta che continua a rimandare. Forse perché il tema dell'amore risveglia una ferita. Forse perché quella carta gli ricorda la responsabilità che accompagna ogni vera scelta.

Oppure pensiamo al Sole.

Una carta luminosa potrebbe disturbare qualcuno che attraversa un periodo nel quale non riesce ad accettare la felicità, l'apertura verso gli altri o semplicemente l'idea di mostrarsi per ciò che è.

Persino l'Eremita può risultare difficile.

Per qualcuno rappresenterà saggezza e ricerca interiore. Per un'altra persona potrebbe evocare immediatamente solitudine, abbandono e isolamento.

La carta è la stessa.

A cambiare siamo noi.

Un piccolo esercizio

Possiamo allora utilizzare proprio le carte che amiamo meno.

Prendete il vostro mazzo e cercate una carta che non vi piace. Non deve necessariamente essere quella che considerate più negativa secondo i manuali. Deve essere semplicemente quella che, guardandola, provoca in voi qualcosa.

Mettetela davanti a voi.

Osservatela per qualche minuto senza cercare immediatamente il significato sul libro.

Poi domandatevi:

Che cosa provo guardando questa carta?

Paura? Rabbia? Tristezza? Repulsione? Imbarazzo? Ansia?

Successivamente chiedetevi:

Quale particolare dell'immagine mi disturba maggiormente?

Un personaggio? Un colore? Uno sguardo? Un simbolo? L'intera scena?

E infine arriva la domanda più importante:

Che cosa di questa carta potrebbe riguardarmi?

Non cercate necessariamente una risposta immediata.

Lasciate lavorare l'immagine.

Non combattere la carta

Uno degli errori che possiamo commettere durante una lettura personale è desiderare soltanto determinate carte.

Vogliamo il Sole.

Vogliamo la Stella.

Vogliamo il Mondo.

E quando arriva la Torre vorremmo rimescolare il mazzo.

Ma se utilizziamo i Tarocchi per conoscere meglio noi stessi, forse dovremmo fare esattamente il contrario.

Quando una carta ci mette a disagio, possiamo fermarci.

Guardarla.

Interrogarla.

E soprattutto interrogare noi stessi.

Non perché la carta possieda necessariamente una verità assoluta su di noi, ma perché la nostra reazione davanti a quell'immagine può raccontarci qualcosa.

La carta che rifiutiamo può diventare una maestra

Nel lavoro interiore non cresciamo soltanto attraverso ciò che ci rassicura.

A volte cresciamo incontrando ciò che ci contraddice.

Ciò che ci irrita.

Ciò che mette in discussione l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Per questo la carta che ci disturba non deve necessariamente essere considerata una nemica.

Potrebbe diventare una maestra scomoda.

Non dobbiamo crederle ciecamente e non dobbiamo attribuirle poteri che non possiede. Possiamo semplicemente concederle una cosa molto preziosa: la nostra attenzione.

Perché qualche volta ciò che cerchiamo di evitare è proprio ciò che merita di essere osservato.

E forse una delle domande più potenti che possiamo rivolgere ai Tarocchi non è:

«Che cosa mi accadrà?»

ma:

«Quale parte di me non sto ancora avendo il coraggio di guardare?» 🃏